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[RUGBYLIST] Dal Gazzettino

VolpeFast volpe_angelo a fastwebnet.it
Lun 6 Dic 2010 18:03:56 CET


Interessanti come sempre gli interventi di Malfatto e Liviero sul
Gazzettino.

 

 


Lunedì 6 Dicembre 2010, 

 

Italia vincente:
da Mallett nessun
valore aggiunto


Due premesse per fugare ogni dubbio di un accanimento nei suoi confronti.
      La prima: nessuno vuole o ha mai voluto la testa del ct Nick Mallett.
Ha un contratto di quattro anni con l’Italia e deve onorarlo fino al
termine, se le due parti sono d’accordo. Fosse arrivato il secondo cucchiaio
di legno autunnale (tre test persi) dopo quello del 2008, il presidente
della Fir Giancarlo Dondi avrebbe preso in considerazione (forse) l’ipotesi
di sostituirlo. La sofferta vittoria contro le Figi l’ha spazzata via. La
seconda: nessuno mette o ha mai messo in discussione le qualità di Mallett
come allenatore. Diciassette vittorie consecutive (record), un Tri Nations e
un terzo posto al Mondiale con il Sudafrica, più due scudetti con la Stade
Francais sono fatti, non parole. Nello sport un atleta, un tecnico, una
squadra si misurano dai risultati, quelli conquistati da Nick lontano
dall’Italia parlano da soli.
      Tali credenziali nel 2007 avevano convinto la federazione a scegliere
un commissario tecnico di così alto profilo. Dopo un allenatore sui generis
(Brad Johstone), un aspirante allenatore (John Kirwan) e un ex allenatore
rimessosi in gioco (Pierre Berbizier), l’Italia aveva finalmente un vero
allenatore, di livello mondiale. Alla scienza rugbistica di Mallett, e al
lauto investimento nel suo stipendio (1,4 milioni circa in un quadriennio)
si chiedeva di portare il proprio valore aggiunto per far compiere
l’ulteriore salto di qualità a una Nazionale emergente, piena di entusiasmo,
ma anche di problemi e lacune.
      Il salto di qualità si misura da tanti parametri ma, come per la
valutazione sulla precedente carriera del ct, non può prescindere dai
risultati. Nel caso dell’Italia le tante onorevoli sconfitte e i rari
successi o pareggi pesanti, storici. Nelle prime Mallett ha fatto meglio dei
predecessori. Grazie alla giusta attenzione posta sulla difesa non ha quasi
mai subito le “pagate” del passato. Nei secondi la sua Italia ha fatto un
passo indietro rispetto a quella di Berbizier, invertendo un progresso prima
costante. Il dato emerge dal confronto fra i “record omogenei” dei quattro
ct. Maturati cioè solo contro le 12 rivali di spessore che certificano i
progressi azzurri: quelle del Sei Nazioni (Inghilterra, Francia, Irlanda,
Galles, Scozia), le grandi del Sud (Nuova Zelanda, Sudafrica, Australia,
Argentina) e le isole del Pacifico (Figi, Samoa, Tonga). Su Tonga si può
discutere, ma allora pure su Samoa (con entrambe non abbiamo mai vinto prima
dell’era Sei nazioni) e comunque la sostanza non cambia di molto.
      Berbizier in 23 partite ha ottenuto 6 risultati utili (26%): Galles
(2), Scozia, Argentina, Figi, Tonga (22% escludendo quest’ultima). Mallett 5
(16%) in 31 partite: Scozia (2), Argentina, Figi, Samoa. Kirwan 3 (14%) in
21 partite: Galles, Scozia e Tonga (10% senza). Johnstone 2 (8%) in 23
partite: Scozia, Figi. Oltre ai numeri il confronto Berbizier-Mallett pende
a favore del francese per altri fattori. Nessun cucchiaio di legno e una
doppietta nel Sei Nazioni contro rispettivamente uno e zero; tre risultati
utili in trasferta (Galles, Scozia, Argentina) a uno (Argentina); tre
storiche prime volte (in Argentina, Scozia e Galles) a una (Samoa). E in
fatto di talenti anche Berbizier aveva apertura Pez/Scanavacca e mediano di
mischia Griffen (4 volte su 6), non Dominguez-Troncon.
      Il valore aggiunto apportato dal grande tecnico Mallett a livello di
vittorie o pareggi pesanti, storici, non c’è quindi stato in tre stagioni.
L’Italia non è progredita dall’era Berbizier. Nick ha ancora un Sei Nazioni
e un Mondiale da giocarsi per invertire la tendenza. Basta poco…

Ivan Malfatto

 


Lunedì 6 Dicembre 2010, 

 

All Blacks, una miscela
di movimento e cinismo
Ma non sono invincibili


Come prevedibile gli All Blacks, sconfiggendo l’altro sabato il Galles
(37-25), hanno chiuso la loro strepitosa stagione con un nuovo Grande Slam
delle Isole britanniche. In precedenza avevano battuto l’Inghilterra
(26-16), la Scozia (49-3) e l’Irlanda (38-18). Ci avevano messo 73 anni per
realizzare il primo, nel ’78. Poi dal 2004 ad oggi ne hanno centrati
addirittura tre. Segno oltre che del divario con l’emisfero Nord, della
classe di McCaw e compagni che quest’anno di Grandi Slam ne hanno fatti
addirittura 2 vincendo tutte le sei partite del Tri-Nations con il record di
mete (22) e di punti (184).
      La rinascita neozelandese, dopo un 2009 in cui avevano toccato il
fondo, ha fatto segnare un decisivo salto di qualità sul piano dello
spettacolo: si è passati dal grigio pragmatismo dei sudafricani al movimento
impastato di ritmo dei Kiwi esaltato da una linea di trequarti tecnicamente
(e fisicamente) straordinaria alla quale si è aggiunto la nuova stella Sonny
Bill Williams i cui off loads consentono già in prima fase di giocare con
facilità negli spazi e dentro la difesa. Il 75% delle loro mete partono da
lontano, spesso su contrattacco e da palloni di recupero di cui il trio
infernale Kaino-Read-McCaw è specialista nelle gioco a terra a terra. Ma la
forza di questa squadra sta anche nel ritmo che il triangolo esterno dà alle
azioni, logorando fisicamente gli avversari. In un mentale di ferro che li
porta a reagire nei momenti difficili (+10 in inferiorità numerica a
Cardiff) e in una certa dose di cinismo: castigano ogni errore e raramente
sprecano un’occasione.
      Eppure questa stagione così piena di trionfi non ha dato l’immagine di
una macchina da gioco invincibile. Intanto perchè sono stati battuti
dall’Australia ad Hong Kong e lo sarebbero stati anche a Sidney se Giteau
non avesse gettato 10 punti al piede. La stessa Inghilterra ha dato
l’impressione di potercela fare. E c’è dell’altro: una mischia che non
domina e che fatica a trovare il sostituto di Hayman. Una touche non così
sicura. E la dipendenza da alcuni giocatori, non solo Carter e McCaw, ma
anche Kaino e Mealamu senza sostituti all’altezza.
      Gli inglesi dicevano che il "vero" rugby, cioè quello tattico,
speculativo, collettivo e non "ingenuamente tutto alla mano" gli All Blacks
lo avrebbero incontrato solo in Europa. Non mi pare che sia accaduto e
nemmeno che le europee abbiamo portato minacce particolarmente serie. Però
non è detto che alla Coppa del mondo un certo rugby old-style non riaffiori,
magari accompagnato da un ulteriore salto di intensità. La vittoria del
Sudafrica a Twickenham lascia intuire sviluppi in questa direzione.
      E poi non dimentichiamo che gli All Blacks avranno la pressione di un
imbarazzante record negativo da sfatare: quello di squadra che ha perso più
mondiali da favorita. L’unico lo ha vinto (il primo, in casa) da outsider.
Quando entrano in conclave da papi escono regolarmente da cardinali. E anche
adesso stanno giocando da papi. E che papi.

 

Antonio Liviero

 

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