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[RUGBYLIST] I: R: R: R: R: R: mi dispiace ma a me l'Italia non convince e non piace

Luca Oliva lucaoliver63 a gmail.com
Mar 20 Ott 2015 14:57:05 CEST


Ieri hofinalmente visto Irlanda-Argentina, che non ho potuto seguire in 
diretta domenica sera.
Mi hanno colpito i commenti fortemente orientati a sottolineare le 
superiori abilità individuali dei giocatori dell'emisfero sud.
Mi è venuto da sorridere pensando a quando facevo i primi corsi 
allenatore - anni 2006-2008, categoie under 6-under 14 - e mi veniva 
detto che non era assolutamente necessario insegnare ai bambini o ai 
ragazzi che allenavo la "tecnica" - intesa come skills di placcaggio, 
passaggio, gioco al piede ... - perchè tanto quella era una cosa che si 
poteva insegnare dopo ...
L'importante era fargli capire che il rugby è un gioco "situazionale" ...
Ora, a parte che forse qualcuno ha estremizzato un pò, mi chiedo, cosa è 
rimasto di quella generazione di metà anni '90 cui è stata negata la 
possibilità di approfondire la differenza tra uno spin pass e un reverse 
pass ? Non è che per caso questo difetto di impostazione tecnica ha 
avuto la sua influenza quando oggi constatiamo che giocatori arrivati a 
quello che viene chiamato "alto livello" hanno difficoltà a svolgere 
determinati skills di base ?
Ed è possibile correggere questo difetto della impostazione tecnica del 
ns rugby?

Ciao a tutti.
Luca Oliva

Il 19/10/2015 15:32, Salvatore Messina ha scritto:
> Come fa ben notare Luciano, lasciamo agli altri i loro problemi che 
> ben poco hanno a che vedere con i nostri.
>
> Per quanto ci riguarda potremmo anche essere un'oasi felice del rugby 
> non mancando ne in possibilità economiche (gli italiani i soldi ce li 
> hanno e tanti solo che le tasse li tengono nascosti) ne in bacino 
> d'utenza (considerando la popolazione non i praticanti), basterebbe 
> solo che cominciassimo ad imparare a giocare (come si faceva una volta).
> Quando da noi si comincerà nei club di rugby a fare sport (non solo in 
> quelli grandi e storici ma in tutti) accademie e franchigie avranno 
> ben altri risultati.
> Finché la base darà più importanza al terzo tempo che a passare o 
> calciare la palla aumenteremo solo il numero di praticanti tifosi che 
> quello di praticanti giocatori....
> A questo punto magari non sarà più uno sport così divertente ed anche 
> la nazionale non avrà pubblico perché impegnato a giocare o a seguire 
> i figli/giocatori ma i risultati saranno in linea con quelli dei primi 
> anni di 6 Nazioni.
>
> Salvatore Messina
>
> ----- Messaggio inoltrato -----
> *Da:* Giovanni Ciraolo <jxcira a tin.it>
> *A:* rugbylist a rugbylist.it
> *Inviato:* Mercoledì 14 Ottobre 2015 11:34
> *Oggetto:* [RUGBYLIST] R: R: R: R: R: mi dispiace ma a me l'Italia non 
> convince e non piace
>
> Scusami, non mi riferivo a te per il sentimento anti-federale; tra 
> l’altro dai sempre contributi molto equilibrati e propositivi. Penso 
> che distribuire soldi a pioggia nei club maggiori dia dei risultati, 
> ma data la situazione che sussiste in Italia, e la quantità di 
> imbucati che ovunque non scarseggiano, questo possa essere un rischio 
> perché non allarga abbastanza la pratica. Il rugby in Italia deve 
> essere ancora molto, molto allargato. Prima ancora di trovare una 
> dottrina unitaria, che forse non verrà mai trovata (vedremo la 
> prossima elezione). E’ vero quello che sostiene Salvatore Messina e 
> cioè il rugby non è come gli altri sport, ma io rimango convinto che 
> se allarghi molto il movimento con buoni tecnici e soprattutto con 
> preparatori inflessibili che controllano e girano costantemente il 
> territorio e fiutino (ci vuole orecchio!) le situazioni (per arrivare 
> a tesserati/praticanti di sport in cui siamo competitivi come 
> basket/pallavolo cioè almeno 250mila: il basket anche per affinità 
> elettive potrebbe essere un punto di riferimento manageriale), alla 
> fine raccogli a livello nazionale perché uno su mille ce la fa sempre. 
> Non sto scopiazzando una canzone pur bella, ma quando dico uno su 
> mille non mi riferisco solo ad una persona che ce la fa rispetto a 999 
> che mollano: guardo anche all’uno su mille che è all’interno di ogni 
> persona. Un atleta che vuole diventare importante deve dare spago a 
> quella sola voce su quasi mille dentro di lui che consigliano di 
> finirla (lascia perdere … questo sport è troppo duro … non fa per te … 
> troppi colpi da dare e ricevere … oggi si va avanti solo con i soldi … 
> ti giochi la partner e tutti gli affetti … sei mingherlino e devi 
> completamente scoppiare prima di andare avanti!). Del resto i numeri 
> del professionismo sono questi: nell’universale e per certi versi 
> demenziale calcetto della palla rotonda (dove la gente attempata si 
> rompe il ginocchio a 50 anni) è praticamente dimostrato che un ragazzo 
> grossomodo su mille va avanti veramente cioè diventa un giocatore 
> almeno di serie B.
> Le accademie secondo me vanno sempre integrate dal numero complessivo 
> dei fedeli, perché se se questi scarseggiano, rimane poca fede in giro 
> e da un momento all’altro non c’è più nessuno che si impegni sul 
> serio. E’ vero che secondo alcuni monsignori le chiese sono semivuote, 
> ma la fede di chi rimane in assemblea è diventata più autentica: sì, 
> questi monsignori hanno proprio ragione, quando le chiese saranno 
> completamente vuote, la fede avrà raggiunto il massimo dell’autenticità!
> Ciao
> Giovanni Ciraolo
> (Ha ragione Luciano Ravagnani: l’Argentina viola ogni regola; sono 
> italiani che si credono inglesi; e che come gli inglesi guardano ad 
> isole lontane; noi, invece, su isole lontane ci viviamo e ci 
> accogliamo altre persone, e può darsi che su una di queste isole 
> spunti prima o poi anche qualche club multinazionale … !)
>

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