Chester Williams

La perla nera

Non è facile parlare dell’atleta Chester Williams senza sconfinare nell’ormai logoro cliché del “simbolo della lotta all’aparthaid” che lo accompagna sin dal suo esordio in nazionale. Perché Williams avrebbe probabilmente giocato titolare in qualsiasi squadra del mondo in quanto ala di grandissime qualità tecniche, con una notevole capacità di finitura che lo ha portato a segnare 13 mete nei suoi primi 16 test, e dotato di un superbo tackle che ha fatto di lui il giocatore chiave sia per la Western Province in Currie Cup sia per la nazionale del Sudafrica durante la Coppa del Mondo 1995. Purtroppo però il suo nome sarà sempre sinonimo di intrighi politici, ed è un peccato che egli è ricordato più per gli eventi extra-sportivi capitati attorno a lui che per la sua capacità come “rugger”.

 

"The Black Pearl” è nato a Paarl sabato 8 agosto 1970 e ha debuttato in nazionale il 13 novembre 1993, contro l’Argentina a Buenos Aires (52 a 23), diventando in quel modo il primo giocatore non bianco ad indossare la casacca degli Springboks dai tempi di Errol Tobias nei primi anni ottanta.

 

Un anno dopo ha giocato nella gara pareggiata 1 a 1 contro l’Inghilterra, ma un infortunio ha fatto sì che fosse inizialmente escluso dalle selezioni per la Coppa del Mondo del 1995, per poi essere convocato da Kitch Christie all’ultimo minuto.

Questo “incidente diplomatico” ha alimentato la speculazione che Chester sarebbe stato solo un giocatore di colore messo in campo perché il Sudafrica doveva presentare al mondo un fronte unito e dimostrare che l’essere riammessa nel circuito internazionale non era stato un errore. Tuttavia, le sue quattro mete segnate a Western Samoa nei quarti di finale (42 a 14 il risultato) hanno dimostrato senza ombra di dubbio che egli non era solo l’uomo del politically correct.

Ha disputato quindi la semifinale contro la Francia (16 a 15) mentre per la finale con la Nuova Zelanda (15 a 12) era fuori per infortunio. Di quella partita ho già parlato nell’articolo dedicato a Pienaar. All’Ellis Park il Sudafrica ha soffocato gli All Blacks con la sua difesa e la capacità di essere sempre in superiorità numerica ogni volta che Jonah Lomu avanzava verso la linea di meta. La partita, arrivata all’extra time con le due squadre in parità, è stata risolta da Joel Stransky che, ricevuto l’ovale da Van der Westhuizen, ha fatto partire il drop che ha deciso il torneo. Il trionfo ha fatto sì che il nome di Chester Williams diventasse il terzo più conosciuto sul suolo sudafricano, dopo il presidente Nelson Mandela e il capitano Francois Pienaar. La sua partecipazione, infatti, ha dato credibilità al rugby come sport per quel milione di persone che in precedenza lo consideravano solo un gioco dell’uomo bianco.

 

Quando Chester ha messo il suo sigillo su quella gloriosa stagione marcando una meta che ha regalato la vittoria ai verdi per 24 a 14 a Twickenham, sembrava che la sua stelle dovesse brillare a lungo, ma il destino si sarebbe voltato crudelmente contro di lui.

Un grave infortunio subito nel 1996, durante una partita con Western Province contro Canterbury nel Super 12, gli ha fatto perdere l’intera stagione internazionale, compresa la prima edizione del Tri Nations.

 

Un altro incidente nel 1997 ha ulteriormente ritardato il suo rientro in campo, e solo l’immenso credito che Chester aveva con la nazione ha fatto si che riuscisse ad essere inserito nel team allenato da Nick Mallett nel 1998, arrivando a giocare contro l’Australia e la Nuova Zelanda durante la diciassettesima vittoria del Sudafrica dei record. Tuttavia, le lesioni subite avevano tolto molto al suo scatto felino ed era ormai evidente che egli non sarebbe più stato lo stesso giocatore del mondiale.

Così non è stato convocato per la Coppa del Mondo 1999; quindi ha avuto nove apparizioni nella stagione 2000, cinque delle quali però partendo dalla panchina.

 

Il suo ultimo test per gli Springboks, il ventisettesimo, è stato giocato il 26 novembre 2000, una vittoria per 23 a 13 contro il Galles a Cardiff, mentre si è ritirato definitivamente dal rugby giocato un anno più tardi

 

A quel punto Williams è diventato un allenatore e ha conquistato con il Sudafrica Seven la medaglia di bronzo ai giochi del Commonwealth del 2002.

Quindi, prima del tour degli Springboks in Europa nell’autunno di quell’anno, Chester ha rilasciato una controversa autobiografia, intitolata semplicemente “Chester”, che ha fornito la propria prospettiva sul suo status all’interno del rugby sudafricano, in particolare in occasione della Coppa del Mondo 1995 quando, a suo dire, è stato più volte escluso da alcuni suoi compagni di squadra.

 

Pur avendo poca esperienza di coaching nel rugby XV, Williams è stato indicato come uno dei possibili successori alla guida degli Springboks dopo che l’allenatore Rudolph Straeuli aveva rassegnato le dimissioni nel 2003, ma quando il lavoro è stato assegnato a Jake White, Chester è diventato responsabile dei Cats, team del Super 12 che ha guidato dal 2004 sino al luglio del 2005, quando è stato licenziato dopo una serie estremamente scarsa di risultati.

 

Tuttavia nel 2006 Chester è diventato primo allenatore della nazionale "A" e più tardi nel corso dell’anno, è stato nominato allenatore dei Pumas, la squadra che rappresenta Mpumalanga in Currie Cup. Si è licenziato nel 2007, nonostante avesse un contratto di due anni.

 

L’anno seguente Williams è stato direttore tecnico della Dinamo Bucuresti, contribuendo a portare il club al titolo nel campionato rumeno e a disputare la finale della coppa nazionale.

Quindi, dopo il mondiale francese, è stato uno dei quattro candidati in corsa per sostituire alla guida degli Springboks Jake White; ma alla fine l’ha spuntata Peter de Villiers.

 

Nel maggio 2008 è stato nominato nuovo allenatore della squadra emergenti del Sudafrica, che ha condotto in Romania a difendere il titolo mondiale del quale erano detentori.

 

Dopo Williams nel team sudafricano vi sono stati altri giocatori di colore, come Breyton Pause, Ricky Januarie, J.P.Pietersen e il più famoso di tutti, l’eroe del mondiale francese Bryan Habana. Dal 2007 poi, con l’arrivo di Peter de Villiers, anche il ruolo di coach non è più esclusivo dei bianchi.

I passi in avanti fatti dal Paese sono stati tanti. Sempre nel 2007, poco prima del mondiale, il presidente della Commissione sport Komphela ha imposto che in nazionale avrebbero dovuto giocare almeno 6 giocatori di colore. Erano le cosiddette “quote nere”, che esattamente un anno più tardi il presidente della Federazione sudafricana, Regan Hoskins, circa la sua volontà di scegliere la migliore squadra possibile per disputare Test Match e Tri Nations, ha abolito. I giocatori da quel momento sarebbero stati scelti in base alle loro capacità e non al colore della pelle.

È infine di questi giorni l’idea di abolire dalle maglie lo springbok, l’antilope stilizzata simbolo del rugby sudafricano ma anche, a detta di molti, di uno sport per soli bianchi, giocato dai discendenti degli anglosassoni e, ancor più, dei boeri in una nazione dove l’apartheid era legge. Al suo posto il fiore di protea.

Senza dubbio, condivisi o meno, sono dei cambiamenti epocali e Chester Williams, in un certo senso, ha fatto da apri pista, entrando come un ariete in un mondo che voleva cambiare anzi, che doveva per forza cambiare, ma che ancora non ne era del tutto convinto.

Forse, anche un po’ per merito suo, quel mondo adesso comincia a mostrare un altro colore.

 

Giada

 

 

 

 

 

 

 

 

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